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MENUMENU

Notizie

Omelia dell’Arcivescovo Angelo Becciu

09/05/2018 


Santa Messa per i pellegrini e membri dell’Ordine di Malta

Lourdes, Domenica 6 maggio 2018

Cari fratelli e sorelle!

Ancora una volta siamo venuti ai piedi della Vergine Immacolata per esprimere a Lei la nostra devozione e affidarLe il nostro cammino, affinché possiamo aderire sempre più al Signore, testimoniando con gioia e fedeltà il Vangelo. Come sempre, ci sentiamo accolti con tenerezza materna dalla nostra Madre celeste. Il tema dell’accoglienza è sottolineato dall’evangelista Giovanni, il quale afferma che egli stesso, il discepolo amato dal Signore, ha accolto Maria nella propria casa (cfr Gv 19, 27). Ma la consegna fatta da Gesù è reciproca: chiede alla madre di accogliere Giovanni come figlio, e a Giovanni di accogliere Maria come madre. Nasce una nuova famiglia, che unisce il discepolo e la madre.

Maria, la madre!
La consapevolezza che Maria è la madre della Chiesa è cresciuta a poco a poco. Prima, nei Vangeli, appare come la “Madre di Gesù”, più tardi, con il Concilio di Efeso, come la “Madre di Dio”, infine, al Concilio Vaticano II il beato Paolo VI la proclama “Madre della Chiesa”. Con il prossimo lunedì dopo Pentecoste, 21 maggio, per la prima volta, si celebrerà in tutta la Chiesa la festa liturgica di “Maria Madre della Chiesa”. È una celebrazione nuova, che riflette però una fede antica, presente nella coscienza ecclesiale fin da Agostino, che la riteneva madre delle membra del corpo di Cristo, come scriveva nel De sancta virginitate: «Maria è veramente madre delle membra [di Cristo]… perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra» (n. 6).

L’odierna pagina evangelica (Gv 15,9-17) ci ha portato nel cenacolo, in quell’ultima sera nella quale Gesù si apre e si dona pienamente ai suoi discepoli. Prima di partire, come un padre con i figli, manifesta le sue ultime volontà e affida il suo testamento: «amatevi anche voi gli uni gli altri». Lascia ai suoi un verbo oggi a volte banalizzato, ferito ed ucciso dalla superficialità, ma che sulla bocca del Maestro possiede la forza rivelativa che spalanca sull’infinito mistero di Dio: amare. È talmente deciso a lasciare questa eredità, che nei discorsi di addio di quell’ultima cena, lo ripete per ben cinque volte. È qualcosa che gli sta particolarmente a cuore.

Il comando «amatevi l’un l’altro» è l’invito a vivere tra noi la relazione che si vive nella santissima Trinità: come in cielo così in terra. Per questo il Concilio Vaticano II afferma che la “legge” di vita della Trinità diventa la legge di vita del popolo di Dio, icona della Trinità: il popolo messianico «ha per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati (cf. Gv 13, 34)» (Lumen gentium, 9). L’amore reciproco caratterizzerà ormai per sempre la Chiesa, «da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35), e la costituisce nella sua essenza. Il comandamento nuovo non è un suggerimento, una proposta, qualcosa di opzionale, è un comando: «Questo vi comando». Gesù esige da noi l’amore reciproco, come condizione per essere suoi discepoli. Soltanto così, nel dono di sé e nella reciprocità del dono, ognuno può diventare veramente ciò che è chiamato a essere, perché siamo stati fatti a immagine di un Dio che è comunione di Persone.

È un comando che Gesù rivolge a tutti noi discepoli di Cristo, e anche al Sovrano Ordine Militare di Malta qui presente numeroso, proveniente da diverse Nazioni del mondo, per il suo pellegrinaggio annuale. Quanto detto da Gesù è recepito nella sua Carta Costituzionale, laddove dice che vuole essere «fedele ai precetti divini ed ai consigli di Nostro Signore Gesù Cristo» e quando dichiara che intende «affermare e diffondere le virtù cristiane di carità e di fratellanza» (art. 2, par. 1). Basterebbero queste parole, per altro fondamentali, per comprendere che al cuore dell’Ordine vige il comando dell’amore reciproco. Gesù sintetizza i “comandamenti” in un unico “comandamento”, che è suo e “nuovo” rispetto ai precedenti. Non è più soltanto l’amore di Dio e l’amore del prossimo, i due precetti sono integrati e sublimati nel “nuovo” precetto della carità, che si esprime nella reciprocità: «amatevi l’un altro».

I precetti divini non sono certo aboliti, Gesù non è venuto per abolire, ma per portare a compimento. Essi sono riassunti nel comandamento nuovo dell’amore reciproco e insieme ci aiutano a dare concretezza alle espressioni di tale amore, ci dicono come amare in concreto. Soltanto così potranno affermarsi e diffondersi le virtù cristiane, specialmente la fede, la speranza e la carità, che esprimono molto bene lo spirito di Lourdes. In questo luogo mariano, i malati del corpo e dello spirito sono i soggetti privilegiati, coloro che presso la grotta dove apparve Maria possono ritrovare il senso di una vera ripartenza per una rinnovata vita di fede. A Lourdes ciò che conta veramente viene posto al centro. E al centro troviamo l’unione con Dio favorita dall’Eucaristia e dalla preghiera e l’amore ai fratelli.

Un posto del tutto privilegiato occupano i nostri cari malati, l’umanità che soffre e, nella sua sofferenza, vuole incontrare Dio; è quell’umanità che, nella maggioranza dei casi, a Lourdes non sperimenta il miracolo della guarigione. Sono gli uomini, le donne, i bambini che ritornano alle proprie case cambiati nello spirito e che iniziano, così, una vita veramente mariana, perché nei brevi ma indimenticabili giorni trascorsi in questa terra benedetta hanno incontrato lo spirito e la grazia di Lourdes, ossia Dio che si prende cura con amore e si dona a quanti vivono situazioni di disagio e di dolore.

A Lourdes si tocca con mano la maternità di Maria.
Maria iniziò la propria missione materna già nel cenacolo, pregando con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo (cfr At 1, 14). È il tempo dell’attesa della Pentecoste. I Dodici, con alcune donne, i fratelli di Gesù e sua Madre, Maria, sono riuniti nel cenacolo. Qui Maria svolge la sua missione di maternità ecclesiale. La sua presenza nel cenacolo non è marginale. L’iconografia che per secoli ha accompagnato la riflessione e la preghiera della Chiesa, ha sempre collocato Maria al centro, con gli apostoli che le fanno corona, affidando a lei il primato nella Chiesa nascente. A lei è riservato “il primo posto”, per usare le parole del Concilio Vaticano II (cfr Lumen gentium 63).

Possiamo intuire il compito di Maria tra i discepoli. In silenzio essa aiuta a comporre la famiglia, proprio come fa ogni mamma. La nuova famiglia a cui Gesù ha dato vita con la sua morte e risurrezione è riunita attorno a Lei. Ed è Lei che insegna a vivere l’amore reciproco. La sua presenza aiuta i discepoli a riconoscersi fratelli, ad attuare il comandamento nuovo che Gesù aveva dato pochi giorni prima, a diventare un’autentica fraternità. Anche noi la invochiamo, qui presso la grotta di Massabielle dove è apparsa a Bernardette, e Le chiediamo di mantenere tra noi quella fraternità che genera lo Spirito Santo, affinché possiamo essere a servizio di tutti, soprattutto dei poveri, degli emarginati, e testimoniare con coerenza di vita il Vangelo della carità che «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7).

omelia arcivescovo becciu lourdes

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